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La ghiacciaia

Il giorno 3 settembre 2011 in occasione dell'inizio della sagra paesana è stata inaugurata la ghiacciaia, ripristinata nella forma originaria.

Recupero della vecchia "giassara" costruita fra l'autunno 1877 e la primavera 1878.

Inizio lavori di ripristino maggio 2009, fine lavori maggio 2011.

L'apertura della sagra quest'anno assume un significato particolare infatti si vuole iniziare con l'inaugurazione di un'importante opera di recupero e restauro della vecchia "giassara" (il frigorifero d'altri tempi).

Per la nostra piccola comunità è motivo di vero orgoglio poter presentare questa grande opera: grande soprattutto per il suo aspetto storico e culturale aprendo così una finestra su un passato che vogliamo rimanga presente in tutti noi e nelle generazioni future.

Il Parroco don Adriano Campiello benedice la rinnovata struttura.

 

Reniero Francesco, figlio dell'ultimo casaro di Cerealto, presenta l'opera.

 

Reniero Virgilio (Cilo), classe 1930, ultimo casaro e memoria storica del caseificio e della ghiacciaia. 

 

Discorso dell'assessore Federico Granello, rappresentante dell'Amministrazione Comunale di Valdagno.

Saluto del Consigliere Riccardo Fagotti, rappresentante della sezione alpini di Valdagno.

 

  

“La giassara”

 

Premessa

Alla chiusura della “casara”, avvenuta subito dopo il 1970, anche la “giassara” perse la sua principale funzione: fu così che per entrambe le strutture iniziò un inarrestabile degrado che le portò in breve tempo alla quasi totale distruzione.

Ormai era rimasto solamente un nostalgico ricordo degli anziani, ma fortunatamente maturò in più di qualcuno la volontà di recuperare una testimonianza di un passato che non poteva e non doveva essere cancellato.

Con il contributo dell’Amministrazione Comunale, la disponibilità della Parrocchia (su terreno della quale sorge il fabbricato) e di volontari la ghiacciaia è stata completamente recuperata e restaurata.

Il risultato finale ottenuto presenta una struttura che, nel rispetto delle forme originarie, fa rivivere l’atmosfera di un tempo passato.

Con ciò si è voluto ricreare soprattutto un luogo vivo capace di suscitare ricordi, nostalgie e forse anche rimpianti; un luogo dove il visitatore, oltre che ammirare la bellezza dell’architettura, vive l’emozione di rivedere uno spaccato di vita contadina d’altri tempi, quando duro lavoro e sacrificio erano il pane quotidiano.

 

Funzione della “giassara”

Al giorno d’oggi il frigorifero ha risolto il problema della conservazione dei cibi con il freddo, ma fino a non molti anni fa l’uomo usava metodi che arrivavano da tempi lontani. I Romani stessi immagazzinavano la neve e il ghiaccio in buche o grotte naturali che poi utilizzavano per rinfrescare bevande e per conservare i cibi.

Anche fino a tempi relativamente recenti la necessità di avere una “giassara” era quanto mai di attualità, permetteva di disporre in maniera autonoma del ghiaccio necessario soprattutto per la produzione del “butiero” (burro).

Il ghiaccio aggiunto alla panna nel “burcio” (zangola), a seguito di un veloce scuotimento, favoriva la separazione della sostanza grassa da quella acquosa (latticello) permettendo l’aggregazione delle parti solide e dando consistenza al prodotto ottenuto.

Va ricordato che in una realtà esclusivamente contadina, come è stato fino alla metà del secolo scorso in particolar modo nelle zone montane, la lavorazione del latte era molto importante perché diventava una delle principali fonti di reddito e di sostentamento. Dopo la metà del 1800 i capi famiglia di Cerealto, sostenuti dal parroco don Gaetano Pertile, che mise a disposizione il terreno della Parrocchia (anche la "casara" era ospitata in locali parrocchiali), diedero inizio alla costruzione della “giassara”; un’impresa quanto mai impegnativa poiché il lavoro doveva essere fatto esclusivamente a mano: uno scavo profondo quasi una decina di metri con il diametro di sei e il cilindro interno sostenuto e rivestito interamente con muro di sasso.

Al ponte dei Renieri un terrapieno formava una grande vasca di raccolta per l’acqua che ghiacciandosi diventava la fonte di produzione della materia prima utile al riempimento della ghiacciaia.

Per i ragazzi, quando riuscivano ad eludere la sorveglianza degli adulti, diventava una divertente pista di pattinaggio su cui scivolare in maniera non molto artistica indossando “le sgalmare con le broche”.

Una volta che il ghiaccio aveva raggiunto una buona consistenza ed uno spessore considerevole iniziava il lavoro di immagazzinamento. I soci della latteria rompevano con mazze il ghiaccio in maniera da ottenere delle lastre trasportabili, così con carriole e carretti trainati da animali iniziava la fase di riempimento.

Il ghiaccio veniva sistemato a strati e ricoperto con foglie secche di faggio che, fungendo da isolante, permettevano la conservazione fino a stagione estiva avanzata.

Se l’inverno non era particolarmente freddo e la produzione di ghiaccio scarseggiava si ricorreva alla neve che veniva pressata all’interno della ghiacciaia e protetta da foglie come si faceva con il ghiaccio.

Il “casaro” era il responsabile della “giassara” e solo lui poteva accedervi, sia per una questione di igiene che di sicurezza.

La “giassara” fungeva anche da frigorifero e i soci del caseificio portavano la carne (prevalentemente polli) che il “casaro”, dopo aver contrassegnato con il numero attribuito a ciascuno, disponeva direttamente sul fondo o attaccava alle pareti.

Quando terminava la riserva di ghiaccio la “giassara” veniva pulita togliendo le impurità che si erano depositate sul fondo e si aspettava l’inverno per poterla nuovamente riempire.

Ma intanto come si faceva senza ghiaccio?

Di buon mattino, a seconda del turno stabilito fra i soci, uno scendeva a Valdagno, a piedi, e a Palazzo Festari, nella grande ghiacciaia dell’interrato acquistava il ghiaccio necessario da utilizzare in giornata.

Alla fine degli anni ’60 i soci della “casara” decisero l’acquisto di un frigorifero: terminava un’epoca ed iniziava l’era del progresso e della tecnologia.

Ma nonostante ciò “casara” e “giassara” dopo pochi anni terminarono la loro lunga e meritoria funzione, vittime di un progresso che spesso cancellò lunghi anni di storia e tradizioni.

 

Cronache relative alla “giassara”

 

1877

Addì 5 novembre con un sereno bellissimo ho fatto una passeggiata sino alla chiesa di Cerealto. Son partito da qui (Valdagno) alle ore 8: 15 mattina ed alle ore 11:15 fui di ritorno a casa.

Ghiacciaia in Cerealto

Ho veduto in Cerealto che di dietro della Chiesa Parrocchiale della parte di settentrione stavasi lavorando per costruire una ghiacciaia. Avendo sperimentato da alcuni anni a questa parte quanto sia utile e piacevole il ghiaccio per varie malattie, pensò quel Parroco di persuadere i suoi parrocchiani di costruirvi una ghiacciaia. Lodevolissimo pensiero che dovrebbe trovare imitatori in tanti altri luoghi distanti dal Paese.

( Da Memorie di Valdagno di Giovanni Soster – 1814 \ 1893)

 

1927

Proprietaria della ghiacciaia è la Prebenda Parrocchiale, benchè fatta dal popolo di Cerealto e contrà limitrofe. La Prebenda percepisce irrisorio fitto, quale rifusione del pagamento delle imposte, il resto lo lascia alla Chiesa e pro tempore ne lascia la cura della ghiacciaia ai fabbricieri ma solo come dipendenti del Parroco, del resto il Parroco può in qualunque momento avocare a sé ogni cosa. Anche prima della ghiacciaia, da tempo immemorabile, la Chiesa non avendo cespiti fissi pei suoi bisogni, il paese offrì ogni anno una cotta di formaggio con annessi e connessi, continuò questa pratica poi sempre col consenso del Parroco, il quale non detiene che un piccolo annuale fitto per sopperire all’imposte e per conservare alla Prebenda stessa ogni diritto di proprietà o di volgere ad altro uso che fosse giudicato migliore tanto per la Prebenda e pel paese.

NB : Fu fatta circa il 1869 poco dopo il caseificio attiguo alla canonica, abbandonato da oltre vent’anni, cioè 1905?

( Dal libro cronistorico della Parrocchia - Don Carlo Soga Parroco - 1927)

 

1932

…Data l’occasione del materiale approntato (per la chiesa) il Parroco favorì di fare anche la soletta sulla ghiacciaia, sempre però salvando il diritto a proprietà del Beneficio, il quale potrebbe sempre richiedere il fitto per la conservazione del ghiaccio ed uso quindi della ghiacciaia.

(Dal libro cronistorico della Parrocchia – Don Carlo Soga Parroco - 8 dicembre 1932)

 

1933

…Fu fatto altresì in lamiere zincate il tetto delle campane, trasportate da terra sul vestibolo della ghiacciaia…

(Dal libro cronistorico della Parrocchia – Don Carlo Soga Parroco - ottobre 1933)

 

 

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Sulla "giassara" vennero collocate per alcuni anni le campane tolte dal vecchio campanile, demolito negli anni 1922/23.

 

 

 

 

Ciò che rimaneva della giassara negli anni ’90.

 

FASI DI RECUPERO E RIPRISTINO DELLA VECCHIA GHIACCIAIA

(per visualizzare le foto cliccare sul collage)